Lo scorso anno in questi giorni ero a Roma per il Pride: avevo voglia di un pride “grande”, non avevo troppo tempo e soldi a disposizione e volevo rivedere Roma in versione rainbow dopo esserci stata nel 2011 per l’Euro Pride – il mio primo in assoluto. Ho preso questa decisione consapevole del fatto che avrei attraversato un pride altamente discutibile dal punto di vista degli sponsor e della non posizione rispetto al genicidio che era già in corso in Palestina, ma avevo voglia di vedere il mood generale in occasione dei 30 anni dal primo pride della capitale anche perchè, da attivista, ero alle prese per la prima volta con l’organizzazione del pride nella mia città alla periferia dell’Impero: Orda Pride, il pride dal basso, dichiaratamente transfemminista queer intersezionale -e tanto altro- mosso da officine mai +, la collettiva di cui faccio parte (www.officinemaipiu.it).

Dallo scorso anno infatti a Lecce e in Salento come altrove in Italia -e credo anche fuori dall’Italia- ci sono due pride: non so quante persone – dentro e fuori la comunità lgbtqia+, qui e altrove – già lo sappiano, quante si siano interrogate sulle motivazioni, quante abbiano provato ad approfondire, quante lo abbiano realmente fatto; dalla prospettiva in cui sono ho un resoconto molto parziale di quello che è il mood al di fuori delle persone o delle organizzazioni che si sono messe nella posizione di confronto, ascolto, discussione, sano conflitto e critica costruttiva. Forse è proprio questo il tema, lo snodo, il punto della situazione o uno degli snodi cruciali: la partecipazione. E con questo non intendo la partecipazione a uno o ad entrambi i Pride: qui come altrove non stiamo giocando a chi ce l’ha più lungo (il corteo) o chi fa più numeri o a chi ha più o meno ragione sulle questioni portate e sul modo in cui si fa.

Una comunità -che sia quella del proprio quartiere, della propria città, la comunità montana o quella energetica- è definita dalle persone che ne fanno parte, è alimentata dalle relazioni che tra queste si vengono a creare e vive grazie ai movimenti interni e alle interazioni con l’esterno: un vero e proprio organismo vivente, solo che al posto delle cellule e compagnia bella ci sono persone.

Partecipare attivamente alla vita comunitaria significa animare e far vivere quel corpo che ci riguarda ma che resta altro da sé, quindi in qualche modo c’è una forma di distacco. Quando la comunità in questione è quella che ci vede protagoniste in prima persona come soggettività lgbtqia+ definire il noi, quello che vogliamo, come lo facciamo e tante altre questioni è molto complesso perchè ci riguarda personalmente e profondamente, e sappiamo che quando si inizia ad andare oltre la superficie può diventare tutto veramente molto difficile: le nostre vite sono molto più politiche di quello che è comodo pensare e attivarsi richiede tempo, energia, risorse materiali e non, pazienza e tanto altro.

Credo anche che il momento storico che stiamo vivendo stia portando ad una presa di coscienza generale su tante questioni, personali e collettive, e forse in qualche modo ci stia dando la possibilità di interrogarci e di ripensare proprio a come ci dobbiamo posizionare personalmente nei confronti dei nostri privilegi e della collettività: ho il grande difetto di essere radicalmente ottimista e quindi tendo sempre a vedere l’aspetto positivo delle cose anche quando sembra non esserci proprio nulla in cui sperare.

Mai come quest’anno, anche in Italia, come persone lgbtqia+ siamo sotto attacco da innumerevoli fronti: non mi piace per niente utilizzare delle parole che richiamino i conflitti armati, ce ne sono già troppi nel mondo. Ma la radice delle questioni è la stessa, le oppressioni sono sistemiche e agiscono allo stesso modo, e se riflettiamo e ci muoviamo su una possiamo e dobbiamo farla anche su tutte le altre, man mano. 

Questo giro di ragionamento sotto forma di pippone un po’ disconnesso scritto di sabato mentre fuori il fuoco del collasso climatico viene alimentato di nuovo dal vento della guerra, è un po’ uno sfogo, un po’ un appunto, un po’ un seme che lancio sperando che attecchisca insieme a tutti quelli che già sono nell’aria, a quelli che già stanno germinando e a quelli che si stanno preparando a farlo.

Buona rivoluzione di e con amore, rabbia e orgoglio.

Una risposta

  1. Sei voce e forza ostinata e lucida di la forza ostinata, lucida e collettiva del movimento questa nostra incerottata comunità.
    La partecipazione vera è faticosa, perché richiede tempo, espone al conflitto, impone di prendere posizione anche quando è piu comodo restare di lato. Ma è proprio in questa fatica che si costruisce il senso profondo dell’impegno politico. Continuiamo a starci dentro con lucidità, amore e rabbia, tutte insieme, mai come in questo momento storico così fragile da tanti punti di vista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *