Quattro anni fa più o meno in questo periodo ho fatto un viaggio a Porto: cinque giorni per la prima volta da sola fuori dall’Italia alla scoperta di una città che non conoscevo, scelta perchè la mattina in cui mi sono svegliata e mi sono detta “devo partire” i biglietti erano quelli che costavano di meno.

Tra le quattro mura di pietra dorata di Lecce l’aria periodicamente diventa pesante, almeno per me, e ogni tot devo allontanarmi un po’ per poter tornare a guardare la bella addormentata nel barocco con gli occhi dell’amore.  

Febbraio 2022 era quel periodo di melma mentale e spazio-temporale tra un’ondata di covid e l’altra, non ricordo più nemmeno quali delle tante, non ricordo nemmeno più se fosse un’unica grande ondata. La paranoia da covid aka paracovid mi stava mangiando viva ed io ero alle prese con un post burn out anche se ancora non lo sapevo: il Portogallo mi sembrava la meta migliore per shakerarmi in sicurezza anche perchè era stato uno dei primi paesi ad effettuare la campagna vaccinale a tutta la popolazione. 

Mi sono innamorata di Porto un’ora dopo essere uscita dal b&b, quando al tramonto  sono arrivata sulla riva del fiume Douro, orario aperitivo, mentre uno dei tanti gruppi musicali suonava Don’t worry Be happy di Bobby McFerrin: da quel momento è iniziato il viaggio che è stato il punto di svolta per tutta una serie di questioni che hanno a che fare con la mia sfera personale e lavorativa.

L’idea di 73100 GAYA è nata lì, ma questo l’ho capito qualche mese dopo, quando ho fatto la messa a terra di tutto: in questo contenitore creativo in continuo divenire c’è la spiaggia enoooorme di Matosinhos, che è tipo San Cataldo ma sull’Oceano Atlantico; c’è il vino che si chiama Porto perchè le navi che lo esportavano partivano da Porto, ma in realtà le cantine in cui viene prodotto sono a Villa Nova Gaia, paesino meraviglioso al di là del fiume che si può raggiungere a piedi scegliendo tra sette ponti; ci sono le natività rainbow di ceramica che ho visto in un negozio di souvenir nel quartiere lgbtqia+ e la signora con la quale abbiamo iniziato a parlare di rondini; ci sono le conchiglie del cammino di Santiago sparse sui muri della zona medievale, i murales di Hazul su muri vari della città, i mondi delle hazulejos, gli infiniti colori, odori e sapori, primo fra tutti quello del bacalhau (sorry amiche veg*, non ce la posso fare a resistere).

In questo contenitore creativo in continuo divenire c’è il burn out con tutte le sue infinite sfaccettature, c’è il sentirsi al posto giusto nel momento sbagliato, al posto sbagliato nel momento giusto ed anche – per fortuna!- al posto giusto nel momento giusto. C’è quel bisogno di praticare il più possibile la libertà anche nella sfera lavorativa, nonostante tutte le complessità micro e macro del settore culturale e sociale, del precariato esistenziale e della questione meridionale che è viva e lotta insieme a noi.

C’è anche tanto altro che non sempre riesco a definire e che per imprinting assembleare ma anche un po’ di sana paraculaggine rientra nella voce varie ed eventuali. A quattro anni dall’inizio di questa fase alla quale ho voluto dare il nome di 73100 GAYA sento di aver bisogno di tracciare nuove rotte, unire puntini apparentemente distanti, consapevole che attraversare il vuoto di incertezza può creare degli scossoni non indifferenti. In pratica entrare ancora una volta in modalità vediamo che succede.

Mi piacerebbe molto sapere come fanno le rondini ad organizzare i loro spostamenti, chi decide quando partire e cosa si dicono mentre migrano da un luogo all’altro: se parlano del tempo o commentano i cantieri che vedono dall’alto, se cercano di ricordare nella fessura di quale palazzo hanno lasciato il nido, se pensano al fatto che potrebbero trovare meno alberi dell’anno precedente o se semplicemente si godono il viaggio in attesa di arrivare a destinazione.

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