Ogni tanto ricevo su Instagram dei messaggi da parte di persone che vivono a Gaza che mi chiedono di supportare le loro raccolte fondi su Go Found me. Alle volte ho risposto e fatto la donazione, alle volte no perché in quel momento stavo facendo altro, mi è sfuggito, mi son persa i messaggi come mi succede spesso.
L’atrocità e la distopia di quello che sta accadendo a Gaza, il genocidio in diretta raccontato sui social da chi è lì, è tale che spesso mi sento inadeguata a rispondere a questi messaggi.
So anche che vorrei fare le donazioni -una 5€ ogni tanto _per fortuna_ non mi pesa- ma non sempre riesco a fare un check dei profili per capire se siano realmente persone che stanno lì, e di questo me ne vergogno su più livelli. Il primo è una sfiducia di fondo nei confronti di parte dell’umanità che mi porta a pensare che ci siano persone che prendono immagini random o le generino con l’AI e che creino profili fake. “Eh ma garantiscono le piattaforme questo processo di verifica” Se, lallero.
Dall’altra, mettermi a scrollare quelle immagini per fare il reality check, ma alla ricerca di cosa poi? Io comodamente seduta sul cesso o in spiaggia o boh che faccio l’analisi visiva delle macerie e dei corpi smembrati? Ma vaffanculo a me e al mio privilegio occidentale.
Ci ho pensato un po’ e ho deciso di “assumermi il rischio di fidarmi”, chiedere il consenso a chi mi scrive e condividere queste raccolte fondi con gli strumenti di cui dispongo. Come ad esempio questo spazio blog che è proprio arrivato il momento di mettere in circolazione, e così forse mi decido a dare la spinta finale alla costruzione di tutto il sito di 73100 GAYA.
Anche perchè siamo a settembre, tra due giorni la rondinella arcobalinea compie 3 anni dal primo volo e c’è la lista dei buoni propositi -che spesso coincide con quella dei desideri personali- da iniziare a spuntare.
fola.khaled:
