Interno giorno sala d’attesa, io provo a leggere mentre attendo con la T. che arrivi il suo turno.
La signora seduta accanto a noi parla del più e del meno. Più del meno che del più.
Meno gente che fa la chemio oggi.
Strano.
Sembra che tutti debbano fare visite oggi.
Strano.
Non si capisce più come danno i numeri.
Strano!
Io faccio spallucce, la T. le dà un po’ retta, ma non troppa. Le risponde giusto per arrivare dritta al punto e farla tacere.
Tanto comunque siamo tutti malati.
boom.
In alcuni momenti sembra di stare nella sala d’attesa della posta, c’è una specie di senso di leggerezza che in qualche modo aleggia. O forse è l’abitudine a stare qua che porta ad avere quell’atteggiamento.
Io sto iniziando a prendere confidenza con questo spazio tempo dell’attesa. Oggi mi son portata da leggere. Ho ripreso la lettura proprio nel punto in cui Adrienne Maree Brown paragona il call out al cancro. Applausi mentali per il cortocircuito. La versione di me in un universo parallelo si alza e fa un reading per creare un diversivo per tutte le persone che sono in attesa e nel frattempo distribuisce pillole di transfemmismo.
La me di questa dimensione pensa che forse pillole non è la parola più adatta in questo momento e inizia a prendere appunti.
L’attesa qui ha un sapore diverso. Quello che solitamente mi fa innervosire qui mi fa addirittura sorridere.
Coda #1 per prendere numerino. Una volta che prendi biglietto, devi aspettare che ti chiamino dalla cassa bluetooth con le luci lampeggianti.
“18D. Sala H. H come hotel”
L’attesa della chiamata è per me un pretesto per capire come funziona il sistema di numerazione. Alla terza volta che mi ritrovo qui, sono quasi certa che non ci sia un reale senso logico, è fatto apposta in maniera totalmente random per farti concentrare su questa cosa qui così arrivi alla coda #2 con più leggerezza.
La coda #2 è quella per sapere come sta andando quello che stai facendo. Tra i non detti che ho capito c’è che se cambia sala, cambia la persona che ti visita.
La questione numerazione random diventa argomento di confronto
chi hanno chiamato?
36
Ma io ho 5!
Secondo me non c’è un ordine comprensibile, lo dico.
La signora del più e del meno di prima mi guarda dritta negli occhi:
Prima si facevano altre code. Ora pure le code sono diverse. Siamo tutti code, siamo tutti topi.
Molte delle persone che ho visto qui sono grandi, altrettante sono giovani. Mettere in conto di doversi ammalare ad un certo punto è una di quelle possibilità tendenti alla certezza con le quali la mia generazione convive con tacita rassegnazione. Una di quelle cose che ad un certo punto abbiamo capito e non di certo perché ce lo abbiano insegnato a scuola. E’ un pensiero che è diventato sempre più evidente anche solo banalmente per statistica diretta nella propria esperienza.
Per potersi muovere nella burocrazia della cura c’è da avere lucidità, alfabetizzazione e pazienza. Non è detto che una persona con una malattia sia lucida, alfabetizzata e paziente quindi l’ideale è avere qualcuno che ti supporti nel fare le cose. Ed anche questo non è scontato che sia una condizione.
Mi sono appena resa conto che la parola “paziente” è proprio quella roba là.
La pazienza è la speranza che la cura funzioni?
Per curarti devi avere pazienza, ma la cura non implica automaticamente la guarigione.
Essere paziente quando non sai come andrà in un contesto nel quale non è scontato che tu abbia gli strumenti per capire quello che ti sta succedendo, o che ti potrebbe succedere.
E non è nemmeno scontato che chi si prende cura di te ti spieghi per bene quello che ti sta facendo, o quello che ti ha fatto (qualche settimana fa ho scoperto che insieme alle cisti ovariche ventuno anni fa mi è stato asportato un pezzo di ovaia e nessuno me l’aveva mai detto, ho una memoria discutibile ma se qualcuno mi avesse informata questa cosa qui me la sarei ricordata, ne sono certa)
Il disequilibrio informativo tra le persone pazienti e il personale medico ai tempi di chat gpt è un territorio di esplorazione.
Il personale medico dovrebbe essere un po’ più paziente con le persone pazienti, anche perchè a na certa è molto probabile o quasi certo che arriverà il loro turno.
Siamo tutti code, siamo tutti topi.
